[...] Ad un tratto, solo per un attimo, il fogliame si aprì mostrando qualcosa che catalizzò tutta l’attenzione della bambina, allontanandola momentaneamente dalle sue preoccupazioni. L’immagine guizzò davanti a lei senza darle il tempo di registrarne i particolari, ma Susy fotografò con la mente la visione d’insieme, restandone colpita: aveva visto svettare una casa tra le piante. I segni del tempo l’avevano ridotta a un rudere che le ricordava la testa di un vecchio gigante dall’aspetto triste: nell’intonaco scrostato e negli stucchi rovinati aveva visto le rughe della sua pelle e nelle strisce di sporco che costeggiavano le finestre senza vetri, le lacrime che avevano rigato il suo volto. Susy scosse la testa, mormorando tra sé che la sua fantasia galoppava a briglia sciolta quando si annoiava e che non doveva darle corda.
“Cos’hai detto?” domandò sua madre facendola sussultare.
“Niente” rispose secca Susannah, pensando di averle dato anche troppa soddisfazione, concedendole una parola.
In quel momento Samuel sbadigliò rumorosamente, mentre cominciava a stiracchiarsi.
“Siamo arrivati?” chiese con la voce ancora impastata dal sonno.
Susy non lasciò a Dorothy il tempo di rispondere per la fretta di comunicare la sua scoperta al fratello.
“Ho visto una casa in mezzo al bosco” cominciò, allargando le braccia per dare enfasi alle sue parole “sembrava antichissima e mi ha ricordato una gigantesca testa mozzata…”.
“Si tratta di villa Blessington” si intromise la mamma “L’ho vista in lontananza quando l’agenzia mi ha mostrato la nostra nuova casa per la prima volta… sta cadendo a pezzi: è proibito entrarci”.
Susannah tirò le labbra in un ghigno di soddisfazione nel vedere riflesso lo sguardo sgomento della mamma nel pronunciare quelle ultime parole: poteva immaginarsela mentre si mordeva il labbro, conscia di aver appena pronunciato la frase più sbagliata che potesse balenarle in testa: adesso Susy sapeva che l’accesso al luogo che aveva stuzzicato la sua curiosità le era negato, perciò programmò mentalmente un’escursione nel posto vietato per la sera stessa. Come se le avesse letto nel pensiero, Samuel disse: “Non preoccuparti mammina! Ci penso io a tenere a bada questa piccola matta. Farò in modo che non si cacci nei guai” e si affacciò sul sedile posteriore, sporgendosi nell’intento di scompigliare i capelli alla sorellina. Susy si spostò più veloce che poté, stizzita da quel gesto e ancor più dalle sue parole: “Non ho più cinque anni Sam” precisò “E non capisco perché prendi sempre le difese di Dorothy… Io sono tua sorella! Dovresti parteggiare per me”.
Samuel si rabbuiò e si rimise seduto. Rimase in silenzio per un istante, sistemandosi il berretto e poi rispose con un tono serio, da adulto: “Non stiamo giocando una partita, sorellina. La mamma non è nostra nemica, anzi, lei ha bisogno di noi e questo sei abbastanza grande per capirlo…”.
Susy strinse i pugni con tutta la forza di cui era capace; era diventata rossa in viso e il suo sguardo era furente.
“Tu sei contento che lei ci abbia portati via perché papà preferiva me, vero?” gridò “Lui voleva più bene a me che a voi due è questo che non vi andava giù, eh?!”
“Se ti voleva così tanto bene” rispose Sam con freddezza “Perché non ti ha chiesto di andare con lui quando se l’è svignata?”
“ADESSO BASTA! TUTTI E DUE!!!” gridò Dorothy sbattendo un pugno sul clacson.
Il colpo secco e violento produsse un suono netto che tagliò lo scambio di cattiverie sul nascere.
Tutti tacquero nei minuti seguenti: Susannah riuscì a ricacciare giù le lacrime, ma i suoi occhi erano gonfi, forse perché i lunghi pianti lasciano sempre un segno che prima o poi riaffiora, anche a distanza di tempo.
Sam, a braccia conserte, fissava il nulla con un’espressione di rabbia contenuta sul volto e Dorothy aveva dipinte sul suo bel viso tutta la stanchezza e la frustrazione accumulate nei giorni precedenti.Continua…