Avevo il libro de “Le avventure di Tom Sawyer” di Twain ma, come succede spesso quando l’occhio è condizionato dall’immagine prima della lettura, i personaggi per me avevano il volto di quelli che avevo conosciuto nel cartone animato: ero molto piccola e ho preteso di avere la versione del testo accompagnata dalle immagini di quell’anime… Passavo giornate a ricopiarne i disegni, ma c’era un’illustrazione che non smettevo mai, mai di guardare: i bambini che fuggivano nella grotta, inseguiti da Joe l’Indiano che si protendeva minaccioso verso di loro… è stato proprio il ricordo di questa immagine ad ispirare il racconto che segue. Spero che vi piaccia.
IO, TOM SAWYER
Il piccolo pullman giallo con l’allegra scritta “Scuolabus”, in corsivo sulla fiancata, sfrecciava per le campagne, accompagnato dallo scoppiettio del motore e dalle voci argentine dei ragazzi, contenti di ritornarsene a casa dopo le fatiche della scuola.
Ormai non erano rimasti in molti a chiacchierare sui sedili del vecchio bus, più o meno una decina, poiché quasi tutte le fermate erano state fatte e restavano soltanto le due vicine alle poche case fuori città… Ancora un quarto d’ora e tutti sarebbero arrivati a destinazione.
Alcuni piccoli scalmanati si agitavano sui sedili in fondo, bisticciando ad alta voce mentre barattavano le loro “carte dei mostri”, altri chiacchieravano dei programmi in TV e i due secchioni della scuola parlavano, con una serietà degna di un docente, del compito di matematica, troppo facile per i loro standard.
Solo un paio di bambini erano da soli, ma seduti ad una certa distanza l’uno dall’altra: Tommaso e Lorena. Per Tommy non era una novità starsene da solo; gli altri lo ritenevano noioso perché non giocava a pallone e nemmeno alla Playstation, parlava sempre poco e leggeva troppo (libri senza figure poi!), senza contare che non guardava mai la TV, già questo sarebbe bastato per emarginarlo, ma a lui sembrava che non importasse. Gli altri non lo potevano sapere, ma l’unica cosa che lo preoccupava al momento era la sparizione di Zell, il pappagallo dei suoi vicini. Ultimamente in paese erano spariti un sacco di animali, Tommy non ne era stato turbato, ma la sparizione di quel simpatico volatile l’aveva toccato nel profondo.
La mamma portava spesso Tommaso dalla signora Vanni, la proprietaria di Zell, una signora molto logorroica che gli faceva venire sonno (con la collaborazione della mamma, per la verità), quando spettegolava; grazie a Zell quei pomeriggi erano diventati meno noiosi, era un animale intelligente e ricettivo e non era vero che non capiva e non parlava, come sosteneva la signora, semplicemente lei non sapeva trattare con lui, con Tommy era in piena empatia, ma adesso lui era scomparso. Se non fosse stato per questo pensiero sarebbe stato totalmente assorbito dal suo libro: aveva letto non ricordava nemmeno lui quante volte “Tom Sawyer”, ma quando arrivava al punto della grotta e di Joe l’indiano per lui era come rivivere ogni volta un’avventura.
Lorena, invece, non aveva pensieri… Si stava semplicemente annoiando a morte! Faceva oscillare le gambe sul sedile, troppo alto per lei, avanti e indietro e guardava fuori dal finestrino distrattamente, senza trovare, però, nulla di interessante. Le sue amiche erano tutte scese prima e lei era rimasta l’unica bambina sul pullman. Questo le pesava ed inoltre era sinceramente offesa… Non si capacitava del fatto che uno come quel Tommaso, che non aveva nessuno con cui parlare, non l’avesse ancora notata. Aspettò a lungo che lui si avvicinasse, con una scusa qualunque, per attaccare discorso con lei, ma non successe niente. Dopo varie elucubrazioni Lorena concluse che l’unica giustificazione al comportamento di quel bambino così strambo fosse il non averla vista e decise, sebbene a malincuore, di attaccare discorso per prima, tanto per ammazzare il tempo. Si alzò di scatto e quasi cadde per un improvviso sobbalzo del bus, probabilmente dovuto all’urto con un grosso sasso, ma subito si ricompose e andò a sedersi accanto a Tommy, che non alzò gli occhi dal libro, neanche quando lei lo salutò, da tanto si era lasciato di nuovo coinvolgere dalla lettura. Lorena pensò che fosse un po’ toccato, ma non mollò e stizzita gli strappò il libro dalle mani, tenendolo in alto, lontano dalla sua portata.
“Ho detto: CIAO!” esclamò acida.
“Ehi! Ridammi il libro! Stavo leggendo…” replicò Tom sporgendosi per riprenderlo.
“È da maleducati non rispondere…” continuò la bambina, ma in quel momento un altro sobbalzo, più evidente del primo, li fece saltare sul sedile, il piccolo bus perse lentamente velocità fino a fermarsi del tutto. L’autista scese e dopo un attimo di silenzio i bambini sentirono uno sproloquio di cui colsero soltanto poche parole (che le mamme non avrebbero gradito, ma che i bambini inglobarono subito nel loro vocabolario personale). Una gomma dello scuolabus era a terra e per riparare il danno ci sarebbe voluto un bel po’; prima di mettersi al lavoro, l’autista risalì per dire ai passeggeri di starsene tranquilli ai loro posti. Tutti ripresero le rispettive attività, ma Lorena, tenendosi ben stretto il libro di Tom, cominciò a dargli di gomito.
“Avanti! Questa è la nostra occasione per divertirci un po’… Scendiamo ed esploriamo i dintorni!”
“Ma non possiamo…” rispose Tom, scocciato per essere stato interrotto nella lettura sul più bello.
“Allora è vero che sei noioso!” esclamò Lori “Facciamo così: se vieni ti restituisco il libro”.
Tommy si sentì francamente offeso… Lui noioso? Ma se conosceva più storie lui di tutti quei mocciosi messi insieme? Ma non fu il suo orgoglio ferito a spingerlo a dare corda a Lorena, bensì il desiderio di riavere il suo amato libro. I due sgattaiolarono fuori dal bus, rapidi come due topolini in fuga, per tuffarsi nell’erba alta attorno alla strada e nessuno badò a loro.
“E adesso che si fa?” chiese Tommy, non molto contento di questo cambio di programma.
“Si va in giro” rispose Lorena convincendosi sempre più che quel ragazzino era veramente una pizza.
La bambina saltellava nell’erba, allontanandosi sempre più dalla strada e Tom la seguì, o meglio, seguì il suo libro, voltandosi ogni tanto verso il pullman, che si rimpiccioliva sempre di più.
Era una giornata calda… Le vacanze erano vicine, i grilli frinivano e ogni tanto saltavano, mettendo in mostra le loro alette, rosse o azzurre, tra i fili d’erba irregolari del prato, spuntavano soffioni e margherite gialle. A qualche metro di distanza da loro si trovava una baracca molto malandata.
“Chi arriva ultimo è scemo!” cantilenò Lori iniziando a correre.
“Ehi! Non vale” gridò di rimando Tommy, cercando di raggiungerla, ma non era mai stato forte nella corsa e quando arrivò a toccare il muro della casetta aveva il fiato corto, si appoggiò alla parete con la testa bassa prendendo grosse boccate d’aria, ma qualcosa gli fece rialzare rapidamente il capo: il rombo di un motore.
“Stanno ripartendo senza di noi…” mormorò con il poco fiato che gli restava e iniziando a camminare a passo svelto in direzione della strada, ma ormai era tardi; sbuffando e rombando il pullman era già uscito dalla sua visuale… Evidentemente l’autista non si era preso la briga di ricontarli. Ansimando Tom si fermò, rendendosi conto in quel momento che Lorena non solo non aveva detto una parola sull’accaduto (e per una così era già un evento di per sé), ma che non si era neanche mossa. Si voltò e la prima cosa che notò fu il suo libro a terra… Quella sciocchina l’aveva lasciato cadere! Eppure non andò subito a recuperarlo perché era impressionato dall’atteggiamento della sua compagna di sventura. Lorena era pallidissima, stava in punta di piedi a sbirciare dentro la baracca da uno dei finestrini e nei suoi occhi vedeva riflesso il terrore. La rabbia di Tom per il libro si placò e il bambino intimò a sé stesso di non prendersela con lei. Si avvicinò titubante al finestrino e si alzò sulle punte per guardare… Per un momento credette di vedere Joe l’indiano, ma non fu lui che gli si mostrò.
Al centro di quella sporca stanza c’era un tavolo, a cui era seduto un uomo piuttosto giovane, con i capelli lunghi e unti e gli occhi piccoli, senza luce; in una mano teneva uno spillone, nell’altra uno scarabeo di un verde talmente intenso da sembrare un gioiello, che continuava a rigirarsi tra le dita. Lo sguardo del ragazzo era assorto ma, ad un tratto, con un movimento repentino, infilzò il povero insetto e, per un istante, Tom vide brillare nei suoi occhi una strana luce.
Lorena si girò di scatto e fu abbastanza veloce da coprirsi la bocca con entrambe le mani per smorzare il suo grido. Tommy, invece, era rimasto impalato ad osservare la scena perché aveva notato che intorno all’assassino di scarabei c’erano tantissime gabbie che imprigionavano gli animali più svariati e in quello zoo in miniatura aveva visto anche Zell, era certo che fosse lui, per questo, quando l’uomo si voltò verso la finestrella, Tom tardò di una frazione di secondo ad abbassarsi e restò un attimo seduto accanto a Lori, zitto e immobile, finché non sentì il leggero scricchiolio della porta che si apriva.
Senza indugio Tommaso afferrò Lorena per un polso, trascinandola via nella sua corsa disperata; mai più andò così veloce, la paura gli fece dimenticare di essere una schiappa, ma l’uomo vide i due intrusi sfrecciare nell’erba e si gettò all’istante al loro inseguimento. Le sue gambe erano lunghe e i bambini lo sentivano sempre più vicino, arrivò quasi ad acchiappare Lori per il colletto e ci sarebbe riuscito se un sasso provvidenziale non lo avesse fatto cadere lungo disteso, purtroppo però, il panico aveva annebbiato la mente dei bambini che, invece di dirigersi verso la strada, si erano mossi a casaccio e adesso erano senza fiato… Si infilarono in un’apertura in cui erano quasi caduti, che si rivelò una piccola grotta sotterranea, tenendo per mano Lorena, che si era trasformata nella sua Becky, si sentiva come il suo beniamino. I due si nascosero in uno dei cunicoli per riprendere fiato, si guardarono negli occhi senza dire nulla, lei gli strinse più forte la mano e lui ricambiò. Entrambi trasalirono quando sentirono i passi del maniaco rimbombare nella grotta, si abbracciarono e restarono in attesa, in silenzio… Come avrebbe voluto il piccolo Tom essere nel suo libro invece che nella realtà! Ma come nei migliori romanzi, quando l’uomo arrivò a pochi passi da loro, si fermò… Aveva sentito un rumore ed era troppo vicino. Là fuori qualcuno stava chiamando i bambini a gran voce e l’assassino realizzò che se quel qualcuno avesse visto cosa c’era nella capanna o, ancora peggio, nel retro, lui avrebbe passato grossi guai, così si preparò ad uscire: avrebbe affrontato l’intruso con aria amichevole e poi lo avrebbe sistemato. Tom non si lasciò sfuggire questa occasione, deglutì, pregò che quello fosse il degno finale della storia, afferrò il primo grosso sasso che gli capitò a tiro e lo lanciò con tutte le sue forze, mirando alla testa del suo Joe… Lo mancò di parecchio. Il sasso volò alto sopra la sua testa e in quel momento Tommy rimpianse di aver sempre snobbato i giochi dei suoi coetanei. L’uomo si voltò furibondo, ma prima che balzasse sui bambini una gragnola di sassi gli calò sulla testa dal soffitto della grotta. Tom si rimproverò per il suo precedente pensiero. Lori gli schioccò un bacio sulla guancia, prima di gettarsi fuori dall’angusto nascondiglio e non lanciò neanche un’occhiata al maniaco prima di uscire nella luce, sbracciandosi e chiamando aiuto. Tom passò più lentamente, toccandosi la guancia trasognato, ma diventò di ghiaccio quando sentì una mano serrarsi attorno alla sua caviglia… Si sentì seccare la gola mentre dietro di lui “Joe” si rialzava liberandosi da sassi e polvere. Nel frattempo Lori era corsa incontro all’autista, che si era sentito invecchiare di dieci anni negli ultimi venti minuti e che, vedendo la bambina, si sentì rinato, anche se non capì una parola del discorso confuso che gli stava facendo. L’autista era in piedi sulla soglia della baracca e aveva già due shock da cui riprendersi: prima quello per la sparizione di due bambini affidati a lui, poi quello per ciò che aveva appena visto sul retro di quel piccolo inferno. La bambina gli arrivò addosso a velocità inaudita e lo travolse con tanto impeto da fargli perdere l’equilibrio. Lui non cadde, ma urtò alcune gabbie, tra cui quella di Zell, che volò via senza pensarci su. Il pappagallo stava per allontanarsi, ma dalla grotta udì un grido di una voce che gli era famigliare.
“Tomy? Tomy?” disse sbattendo le ali e si diresse verso l’apertura.
Nel frattempo, Tommaso stava vivendo il suo più grande momento di terrore: Joe lo stava trascinando sempre più lontano dall’uscita, mantenendo un silenzio che gli sembrava più minaccioso di mille parole, ma ad un tratto si fermò e tutto accadde… L’assassino aveva tirato fuori un coltello a serramanico dalla tasca, ma un frullio di ali gli fece alzare lo sguardo e Zell gli piombò sulla faccia, beccandolo con forza. Joe si prese il volto fra le mani gridando e rovinò a terra, maledicendo il pennuto. Tommy seguì l’amico fuori dalla grotta: Zell rispose con un “Prego” al suo grazie e lo salutò prima di volare via verso la libertà.
Lori corse ad abbracciare il suo nuovo eroe e Tommaso non pensò più a recuperare il suo libro.