Ho scritto “Nella Notte” in un momento di forte nostalgia. Parecchi anni fa avevo un cane: si chiamava Theo e lo amavo come un fratello, si ammalò e ho cercato in tutti i modi di ritardare la sua fine, ma poi mi sono resa conto che stavo soltanto prolungando la sua agonia (il Papa sarebbe stato orgoglioso di me!) e ho accettato di farlo sopprimere, per non farlo morire di fame o di sete (aveva un tumore in bocca e in gola). Questo racconto è semplicemente un finale alternativo per questo episodio lontano della mia vita.
NELLA NOTTE
Fulvia aveva lasciato spalancato, ancora una volta, lo sportello del frigo nella piccola cucina – tinello aperta sulla sala e l’avrebbero sgridata di certo, su questo poteva scommetterci, ma le lamentele della mamma, in quel momento erano l’ultimo dei suoi problemi. Il divano su cui stava sonnecchiando Timo era rischiarato dalla debole striscia di luce proveniente dal frigo e la bambina osservava il suo compagno di giochi, il suo fratellino con la coda (chiamarlo il suo cane le sembrava offensivo) con un’attenzione fin troppo intensa. In realtà il suo sguardo andava oltre, non vedeva il cagnolino di 8 anni (a scuola quella smorfiosa di Vera le aveva detto che Timo era vecchio perché un anno per un cane è come 7 anni per un umano e lei si era arrabbiata), smagrito e apatico che non riusciva più a inghiottire cibi solidi, ma il fagottino che stava nel cestino delle ciliege, con gli occhi azzurri del cucciolo da latte (che poi erano rimasti tali) che era cresciuto con lei e che aveva preso il posto del fratellino che le avevano promesso e che non era mai arrivato.
Suo zio Carlo che, per inciso a Fulvia non era mai stato simpatico, quando aveva visto Timo per la prima volta si era voltato verso la bambina, aggrottando le sopracciglia e aveva enunciato una delle sue massime: “Io lo dico sempre a Nicola… Se proprio devi portarmi un cane, l’importante è che sia di razza!”. Qualche anno dopo il suo cuginetto, che a Flavia stava simpatico quanto lo zio, si presentò con un mastino che lei aveva subito bollato come brutto e cattivo, visto che aveva morsicato la coda al suo povero “segugio meticcio” (così diceva la carta d’identità di Timo), che per lei era il cane più bello del mondo. Per lei nessuno abbaiava in modo così espressivo e capiva tutto quello che lei gli diceva come lui, era ignara del fatto che tutti gli altri bambini del mondo la pensassero allo stesso modo riguardo al proprio cane.
Fulvia si era svegliata di notte con un’idea per alleviare la sofferenza del suo amico: aveva prelevato dal freezer il barattolo di gelato alla panna di cui lui era ghiotto (gli piacevano le cose più strane, ma soprattutto gelato, cocco e cocomero), aveva aspettato che si sciogliesse un po’ e poi aveva affondato una mano nel contenitore per poi metterla sotto il naso di Timo. Il cane aveva allungato il collo titubante e annusato la mano della padroncina e poi aveva iniziato a leccare, con foga crescente. Con un sospiro di sollievo la piccola si consolò, pensando che ancora riusciva a fargli mangiare qualcosa. La notizia era arrivata inaspettata e micidiale due settimane prima, la veterinaria stava spiegando alla mamma qualcosa che lei non capiva, c’erano troppi paroloni e termini dei dottori in quello che diceva; era riuscita a captare qualcosa sulla precedente operazione al suo cane per quella malattia che si chiamava come un segno zodiacale, o così le pareva… Ancora se lo ricordava Timo disteso sul tavolo con la lingua di lato e il gattino della dottoressa che giocava con le cordicelle che lo tenevano legato al tavolo, aveva sorriso perché aveva pensato che se fosse stato sveglio si sarebbe arrabbiato e, secondo la mamma, si era comportata da “donnina” perché era stata calma… Le aveva comprato un puffo di plastica per premiarla… Erano un po’ retrò, ma a lei piacevano da matti! Ma adesso era proprio la mamma che non manteneva la calma, mentre la dottoressa degli animali parlava lei piangeva e sembrava che non riuscisse a trattenersi, in questo mamma e figlia si somigliavano parecchio, stessa sensibilità, si commuovevano esattamente per le stesse cose. Inizialmente Fulvia non aveva compreso questa disperazione, ma poi si era voltata verso Timo, che scodinzolava incessantemente in attesa di un suo cenno e in quel momento lui sbadigliò… Fulvia trasalì nel momento in cui vide le bolle rosse che il suo cane aveva sotto la lingua, cercò di pensare ad un’immagine bella, a un campo di papaveri, ma sapeva che comunque lì sotto non doveva esserci e capì che il granchio, se così si chiamava, si era spostato e collegò questo fatto allo scuotere lento verso destra e poi verso sinistra del capo della dottoressa. Sapeva che cosa aveva consigliato ai suoi quella strega, di far venire l’uomo con il pungiglione, che l’avrebbe addormentato per sempre, com’era successo al cane di Gabriella… Lei aveva pianto, strillato e poi si era chiusa in un mutismo che aveva spaventato i suoi… No, non avrebbero addormentato il suo Timo, lei lo avrebbe guarito, ma intanto doveva portarlo via da lì, l’uomo col pungiglione sarebbe arrivato la mattina presto.
Nessuno lo sapeva, ma Fulvia aveva un piano. Aveva sentito parlare la nonna di un’acqua che faceva i miracoli se ci credevi, le pareva di aver sentito che questo posto era lontano, ma lei pensava che se bastava credere forse un posto valeva l’altro, era piccola, ma fermamente convinta che se c’era qualcuno che potesse fare miracoli non si formalizzasse tanto sul luogo, ma sulla motivazione, così si era decisa; aveva una nottata davanti per attraversare la città e arrivare al mare, alla pozza dove lei e Timo avevano fatto il bagno insieme per la prima volta. Si mise il piumino, la sciarpa e i guanti sopra il pigiama e si infilò le scarpe da ginnastica sui calzettoni anti – scivolo, poi mise il guinzaglio a Timo e il più silenziosamente possibile uscì. Il cane aveva già fatto un notevole sforzo a scendere dal divano e trascinarsi fino alla porta, le scale per lui erano un’impresa, così la bambina decise di prenderlo in braccio; anche se non era un grosso cane, per lei il suo peso era notevole, ma pensò che forse un po’ di sacrificio avrebbe giovato alla causa e la sua traversata della città cominciò. Le sembrò opportuno passare per i vicoli meno frequentati, per non dare nell’occhio, se un adulto l’avesse notata l’avrebbe rispedita a casa di gran carriera. Cammina cammina la piccola si trovò davanti ad un locale, guardò i ragazzi che erano lì fuori; erano due coppie. I maschi erano distinti e le ragazze erano bellissime, con quei vestiti che la mamma sbirciava sempre, ma che non poteva permettersi perché erano solo per “ultra – ricchi”. Pensò che poteva farsi vedere e uscì dall’ombra entrando nel cerchio di luce dell’insegna del locale, con Timo ancora in braccio. Le ragazze la guardarono perplesse e lanciarono un’occhiata interrogativa ai loro compagni. Uno di loro si mise una mano in tasca e l’altro lo fermò: “Vuoi buttare soldi a tutti i pezzenti che passano?”. Fulvia li guardò con aria stranita e timidamente chiese: “Scusate, è la strada giusta per il mare?”. I quattro scoppiarono tutti a ridere, intanto avevano notato il cane e a turno avevano cominciato a prenderla in giro con frasi che si facevano via via più offensive, non capiva tutto quello che dicevano, l’avevano scambiata per una di quelle bambine che vanno a chiedere i soldi tutte sporche e con le gonne lunghe, ma pensò che anche se lo fosse stata non c’era motivo che la trattassero così… Era come immobilizzata dalle loro prese di giro. Ad un certo punto qualcuno li chiamò da dentro e loro si avviarono verso l’ingresso, sempre ridendo. Il ragazzo che aveva fatto il gesto di mettersi la mano in tasca le lanciò una monetina che colpì Timo ad un orecchio. Il cane lanciò un guaito che per Fulvia fu lancinante, grosse lacrime le scendevano sulle guance, ma strinse più forte il suo amico e si incamminò di nuovo. Le braccia le facevano male ma non le importava, lei avrebbe fatto il miracolo. Era ignara del fatto che i suoi si erano svegliati, si stavano struggendo per lei e avevano già chiamato la polizia. Fulvia continuò a camminare passando per posti che le erano noti e altri che le erano sconosciuti, ma il mare le sembrava lontanissimo… Stremata si mise a sedere in un vicoletto rannicchiata a Timo, già il sonno stava per prendere il sopravvento quando sentì ringhiare, ma non poteva essere il suo amico… Alzò gli occhi e si trovò davanti un grosso cane nero; ebbe il tempo di pensare che era uno di quei cani di razza di cui parlava suo zio e che non aveva la museruola e pensò anche che l’avrebbe mangiata. Il cane le mostrò delle zanne che sembravano quelle del film dell’orrore che aveva guardato di nascosto qualche sera prima, chiuse gli occhi, stringendosi ancora di più a Timo, che stava cercando goffamente di rimettersi in piedi per difenderla, quando sentì un guaito. Il cane si era allontanato di qualche metro e adesso stava ringhiando ad un’altra persona. Fulvia vide uno stiletto rosso e, volgendo lo sguardo poco più in là vide la persona a cui apparteneva; una signora di colore, come diceva la mamma, un po’ appesantita abbigliata in modo che alla bimba parve strano, papà avrebbe detto che si era dimenticata la gonna a casa. La signora non aveva paura e impugnava una bomboletta spray che teneva puntata sul muso del cane. Arrivò di corsa un tipo che doveva fare tanta palestra, le ricordava un vecchio cartone giapponese dove facevano a botte e le teste saltavano in aria, era abbronzato come se fosse stato un mese ai Caraibi ed iniziò ad inveire contro la donna, insultandola e minacciandola, ma la signora, sebbene in un italiano un po’ stentato si difendeva benissimo secondo Fulvia e, quando alla minaccia di chiamare la polizia, lei gli indicò la bambina che il suo cane aveva quasi sbranato, a lui non restò che bofonchiare qualche altro insulto e dirigersi con quel colosso di cane verso il suo SUV.
La donna si presentò, il suo nome era Tata e pretese di sapere che cosa ci faceva una bimba in giro a notte fonda con un cane così malconcio. Ascoltò la sua storia, mentre Fulvia beveva avidamente il latte caldo che Tata si era fatta dare dallo strano bar dove lavorava. Quando finì le sembrò che la donna avesse gli occhi lucidi, sospirando Tata le disse che l’avrebbe accompagnata al mare, ma che lì lei avrebbe dovuto chiamare i suoi genitori e dir loro dov’era. Così fu. Prima di lasciarla Tata le prestò il telefono per chiamare i suoi, non aveva mai sentito tanta disperazione e sollievo assieme in una voce. Disse loro dov’era, abbracciò Tata e si diresse verso il mare.
Timo era sempre più inerte. Faceva freddissimo, ma tirando su col naso, la piccola si strinse ancora di più al suo cane e si immerse nella pozza, dove quasi otto anni prima avevano fatto il bagno insieme per la prima volta, l’acqua era gelida, ma lei resistette e chiudendo gli occhi continuò a sorreggere il suo amico. Cercava di non pensare ad altro… Voleva solo crederci, crederci, crederci. Ma ad un tratto un’ondata fortissima la respinse via, bevve molto, prima di ritrovarsi sulla spiaggia e in quel momento sentì le voci dei suoi genitori che stavano correndo verso di lei. Senza nemmeno abbracciarli corse di nuovo verso il mare e cominciò a chiamare Timo a gran voce, aveva perso la presa su di lui e temeva che le onde se lo fossero portato via, il cuore le tamburellava nel petto le lacrime le bruciavano le guance e la voce la stava abbandonando mentre i suoi cercavano di trascinarla via, ma ad un tratto sentì abbaiare, era un abbaiare allegro, squillante, anche i suoi si fermarono ad ascoltare. A Fulvia sembrò che saltasse fuori dalle onde, i suoi lo ritennero impossibile, ma non cercarono di persuaderla che lo fosse… Era un segugio meticcio, dello stesso colore di Timo, ma quando Fulvia vide che era un cucciolo rimase quasi delusa, poi si chinò, ancora con gli occhi umidi e quando fissò lo sguardo negli occhi azzurri di lui, le ritornò il sorriso, l’abbracciò e non si fece più domande.